la Tradizione di innovare  di Cristina Muccioli

“Sperimento sempre per raggiungere la conoscenza”, scrive e dice Francesca Bruni. In questa sola frase c’è un mondo intero e complesso, fatto di storia dell’arte, di scelta stilistica, di opposizione garbata quanto decisa al mainstream contemporaneo o postmoderno che si prediliga.

Cominciamo dall’opposizione. A partire dal 1913 il ready-made di Marcel Duchamp (che faceva operazioni, prima e più che opere) esautorò la tecnica ad essere fulcro della realizzazione dell’opera e della fortuna dell’artista. C’erano buone ragioni, sia chiaro. Duchamp faceva i conti col presente, coraggio e abilità di pochissimi, e il suo presente assisteva all’industrializzazione del mondo culminata nel nostro oggi. Qualsiasi cosa eseguita pazientemente a mano dall’artista poteva essere fatta, pure meglio, da una macchina. Duchamp trasla il valore dell’artista dal suo saper fare al suo saper ideare, pensare, immaginare, progettare, insomma al contenuto delle sue idee.

Certamente Francesca Bruni non è la sola e non è la prima, ma è tra i pochi audaci – nonostante quella sua aria mite, garbata e gaia – ad avere avuto l’ardire ostinato e coerente di divergere da una traiettoria autoriale che non sembrava e non sembra concedere alternative. Bruni non è diametralmente oppositiva, bensì coniuga l’idea, l’ispirazione, la ricerca tematica, con uno studio matto e disperatissimo dei materiali, delle tecniche di esecuzione.

Affresca muri alla maniera degli antichi, e tavole di plexiglass, superfici di alluminio, specchi e naturalmente tele. Usa olio, ma anche smalti e acrilici. Si impadronisce delle proprietà della trasparenza e dell’opacità, offre dello stesso colore più nuances a secondo della materia di cui è costituito.

Inspiration c’est travail, scriveva Paul Valery. È il lavoro fattivo e pratico che suggerisce, indirizza, valida, confuta, inaugura e arresta. Il mestiere torna ad allacciarsi al contenuto astratto prettamente immaginativo o emotivo e ispirazionale dei soggetti rappresentati.

Arte è, per Bruni, risposta mentale a esperienza sensoriale. Così nascono opere oniriche, avvolgenti e coinvolgenti come Riflessioni XVII. Labor Mentis, in cui giovani corpi femminili si fanno pesce, guizzo leggero e fulmineo, alga e corrente, trascolorano nel blu entro e non oltre il mare, quello che ospita anche il malva, il lilla, e il bianco della spuma che marezza la superficie. Si inabissano nei rovelli del pensare, dell’analizzare e del sintetizzare. Una mente incarnata, una mente al lavoro, colta allegoricamente nel suo laborioso daffare. Eppure, per magnificare tanta natura di corpi che fanno corpo con l’acqua, l’artista ha usato tutto l’artificio sperimentale e collaudato in anni di esercizio: velature di alluminio su tavola.

Visionarietà del visto, paesaggio interiore che ciascuno può rievocare empaticamente, immaginativamente, facendo dell’osservatore uno mnemonauta, o un sognatore a occhi aperti.

Si è già, autorevolmente, detto molto della dedizione e dell’attenzione per il corpo di Francesca Bruni, ciò che l’accomuna fortemente e sentitamente alle altre artiste del gruppo Artemisia di cui fa parte. Per ‘corpo’ si è sempre inteso la figura umana, certamente un tema fulcrante.

Per Bruni, però, mi sento di dire che tutto per lei è corpo e ha corpo: un soffione boracifero, un prato erboso, un bosco, una statuetta di vetro che coagula e spande luce, un viso e un busto flessi nelle loro ri-flessioni. A queste apparizioni di cose quotidiane e terrene Francesca restituisce corpo e materia artistica, indovinando per ciascuna la sostanza, l’alchimia, la palette cromatica che fa della professione artistica, e dell’attitudine a contemplare, una questione che attiene alla sensibilità: quella dei sensi, e quella del cuore.

Cristina Muccioli

Critico d’arte

ENERGHEIA di Cristina Muccioli

Francesca Bruni è l’enèrgheia aristotelica per antonomasia. Qualsiasi materiale per lei è “potenza” pronto per essere trasformato in supporto “in atto”. La tela, un foglio di alluminio rubato alla consuetudine domestica, una lastra di plexiglass vinta nella sua indifferente impermeabilità dal colore a olio, oggi quasi dimenticato a favore dell’acrilico. Forte della tradizione, degli insegnamenti accademici più severi che non rinnega, come le amiche di Artemisia, Francesca si fa carico del nuovo con grande inventiva. “Inventa” i materiali, letteralmente cioé li trova, tra ciò che la circonda pensato per altri scopi e funzioni. Decontestualizza e ricontestualizza visionariamente pennelli alla mano, coglie i paesaggi che sono rimasti senza cantori, spiaggiati nel disinteresse collettivo. Pannelli solari in fila su un tetto si inseguono ordinati, corsari, come le rotaie di un treno. Sono brillanti, golosi della luce che, catturata, restituiscono in bagliori cangianti. Le canalizzazioni dei soffioni boraciferi in Toscana non sono mero ingombro di rigonfie tubazioni che serpeggiano sul suolo mosso, collinare. Trasformano l’ambiente in un uno spazio sospeso, lunare e abitato, immerso in fumigazioni intense e non nocive. Cirri di memoria tizianesca bianco latte e bianco vitreo imponenti e soffici al contempo, si addensano a ombreggiare rintocchi di luce argentea, a popolare fantasmaticamente zolle brune che sonnolente covano calore, gorgoglii di una profondità tellurica laboriosa, sbuffante, visibile in superficie con una cascata gassosa antigravitazionale.

Cristina Muccioli
Critico d’arte.

Video –Presentazione di Francesca Bruni a cura di Cristina Muccioli

L’INCLINAZIONE di Martina Corgnati

”Francesca Bruni si concentra di preferenza sugli spigoli, i dossi, le tensioni e i grumi plastici che il corpo forma, affidandosi soprattutto al potere sintetico della linea: di un tratto veloce, inciso e chiaroscurato che a volte rinuncia anche alla preziosità del colore, ma si appaga del disegno, del pastello monocromo, anche di notevoli dimensioni.
A proposito del suo lavoro Stefano Fugazza ha parlato, molto propriamente, di espressionismo, inteso non certo come citazione letterale ma piuttosto rivisitazione di forme e modi niente affatto naturalistici, pur nella cura estrema dedicata alla scelta delle pose, dei soggetti e del loro rapporto con lo spazio.
Perché l’attenzione si concentra qui sulla superficie, un corpo inteso soprattutto come superficie, campo di espressione plastica.

Martina Corgnati

Critico d’arte

LUCE E TRASPARENZA di Francesca Pensa

Nella pittura di Francesca Bruni il soggetto preferenziale è costituito dal tema della figura, sviluppato secondo modalità espressive che rappresentano una particolare e aggiornata declinazione di questo antichissimo soggetto della nostra arte.

Le opere che l’autrice esegue nel presente sono gli ultimi prodotti di un itinerario espressivo che ha percorso tappe diverse, legate tra loro da una ricerca coerente: i  lavori più recenti possono infatti stendersi su particolari supporti, costituiti da pellicole plastiche trasparenti e soprattutto da plexiglass; su questo insolito materiale, dalle interessanti implicazioni espressive, l’artista lavora, creando le sue immagini,  che rappresentano essenzialmente figure e ritratti. Il risultato pittorico è ottenuto con il colore, che viene steso con un tratto dall’andamento quasi grafico: le immagini appaiono infatti evocate con sobri e sintetici tratti, che delimitano pause di vuoto lasciate alla trasparenza vitrea del plexiglass.

Occorre poi ricordare che questi particolari dipinti devono essere osservati appesi su una parete, ma da questa staccati  con spessori intenzionalmente predisposti, in modo che il percorso tracciato dal colore produca un’ombra oltre il supporto trasparente, creando un secondo risultato visivo dagli effetti evanescenti e  immateriali.

Questa originale modalità espressiva, che prevede uno studio attento del lavoro pittorico ma anche delle sue conseguenze al di là dello spazio compositivo tradizionale, lascia con evidenza emergere gli interessi principali della Bruni, che da sempre cura soprattutto la resa della luce con la sua opposta e complementare controfaccia costituita dall’ombra; l’opera di questa artista nasce quindi dalla  rivisitazione moderna e originale del chiaroscuro, uno degli ingredienti fondamentali della nostra arte, qui proposto in termini moderni e lontani dalla consuetudine storica.

La ricerca della pittrice si articola in soggetti ripetuti, rivisitati, continuamente approfonditi e derivati dal soggetto della figura, come il nudo, il ritratto e anche l’autoritratto, con qualche rara concessione al paesaggio; la Bruni pratica poi, come le sue compagne del Gruppo Artemisia, la “copia” del modello vivente, che nei lavori di alcuni anni fa, si sviluppava in monocromi o in opere dalla tavolozza limitata a poche tinte, dominate da una linea elegante ma insieme plastica, capace di determinare  una volumetria presente anche nelle opere che venivano costruite sulla svariata gamma dei colori pieni dell’olio.

Un passaggio importante nel percorso dell’artista è costituito poi da alcuni dipinti caratterizzati dal fondo blu o nero oppure da supporti ricavati da  tavole di legno o ancora da carte particolari; in essi, oltre la pellicola pittorica, stesa con ricercata sintesi in una sottile e attenta velatura cromatica, emergono e divengono protagoniste il buio degli sfondi, la traccia fitomorfica della struttura organica e la consistenza materica e artigianale del foglio, nella definizione di chiaroscuri intensi, composti da luci coinvolgenti e da oscurità insistite.

Alcune opere accentuano poi questa dialettica compositiva attraverso il motivo della finestra, diaframma che lascia filtrare chiarori necessari al racconto visivo, che si spandono nel buio di interni fantastici, secondo uno schema che appartiene alla tradizione della storia dell’arte occidentale, da Piero della Francesca ai Fiamminghi.

E’ questa la radice delle opere attuali, che vivono di accurate trasparenze e di ombre ricercate e soffuse; le immagini arrivano a identificarsi con una trama luminosa, nella quale il colore assume un segno ridotto al minimo, trasformandosi in traccia dall’andamento grafico che lascia spazio al vuoto, nel plexiglass attraversato dalla luce.

L’effetto finale diventa quindi quello di un  non-finito moderno, nel quale lo sguardo dello spettatore si inoltra alla ricerca di immagini che mostrano una forte trasfigurazione mentale e una emozionata interpretazione interiore, nelle quali il rapporto con il modello evolve in  ricordo sedimentato e allontanato nella memoria.

Con questo particolare linguaggio visivo, nel quale emergono le ombre e le luci della coscienza,  Francesca Bruni racconta gli itinerari  della sua originale riflessione creativa.

Francesca Pensa

Stefano Fugazza

Francesca Bruni si muove portando  lo specifico di un linearismo che lontanamente si apparenta con il futurismo, nel senso che una vibrazione segnica anima spesso i suoi lavori, integrando le figure con lo spazio circostante, il quale  pure risulta mosso, in relazione dinamica con il perno della composizione.E’ come se, in questo modo, con questa insistita ripresa lineare, Francesca aderisse ad una contemporaneità in continua evoluzione e trasformazione, in cui la donna finisce per essere un pò divisa tra il desiderio di partecipare e quello di chiudersi in un bozzolo protettivo e nostalgico, anche per difendersi dalle ragioni di un mondo che segue percorsi insensibili al destino dei singoli. Così ne esce alla fine l’immagine  di una donna malinconica, ripiegata su se stessa perchè costretta a tenersi  dentro tutte le risorse e i frutti di inesauribili tesori.

Stefano Fugazza

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